I compiti a casa con dislessia o ADHD: come ridurre lo scontro di ogni pomeriggio
C'è un momento della giornata che molte famiglie con un figlio con dislessia o ADHD temono già dalla colazione: quello dei compiti. Comincia con buone intenzioni e dopo venti minuti uno piange e l'altro è arrabbiato. E il giorno dopo, di nuovo.
La cattiva notizia è che insistere di più non risolve. La buona è che quasi tutto ciò che trasforma quell'ora in una battaglia dipende da come è organizzata, non da quanto si impegna il bambino.

Prima di tutto: il compito che arriva da scuola non sempre è il compito da fare
Un bambino con dislessia impiega due o tre volte di più per leggere la stessa cosa. Se per decifrare il testo del problema di matematica gli servono cinque minuti, quei compiti «da mezz'ora» per lui non sono da mezz'ora, e a scuola nessuno l'ha calcolato.
Con l'ADHD è lo stesso: la difficoltà non sta nel saperlo fare, ma nel cominciare, mantenere l'attenzione e finire.
Per questo la prima decisione non è come fare i compiti, ma quanto tempo dedicarci oggi. Si sceglie il tempo, non il numero di esercizi. E quel tempo si dice ad alta voce prima di cominciare.
Il posto conta più di quanto sembri
- Scrivania sgombra. Solo quello che serve per la materia del momento. Ogni oggetto in più è un invito.
- Luce diretta sul foglio e, se possibile, schiena alla porta.
- Telefono e tablet fuori dalla stanza. Non a faccia in giù: fuori.
- L'adulto accanto, non di fronte. Di fronte è una valutazione; accanto è compagnia. Cambia il tono di tutta la conversazione.

Blocchi brevi, pause in vista
È la cosa che cambia di più, e non ci si crede finché non la si prova per due settimane.

Invece di «finché non hai finito», si divide il tempo in blocchi brevi con pause in mezzo. Dieci o dodici minuti per i più piccoli, quindici o venti dai dieci anni in su. E la pausa si vede: una clessidra, un timer, qualcosa che dica quanto manca senza doverlo chiedere.
Tre regole reggono tutto questo:
- Si comincia da qualcosa che gli riesce da solo. Partire è la parte difficile: che il primo compito sia una vittoria.
- Il grosso va nel secondo blocco, quando è già ingranato ma non ancora stanco.
- Quando il tempo finisce, si finisce. Anche se resta qualcosa. È ciò che costa di più agli adulti ed è ciò che abbassa più in fretta lo scontro.
Se il lavoro non sta in un tempo ragionevole per la sua età, non è un problema del bambino: è un'informazione per la scuola. Ne parliamo in come parlare con la scuola degli adattamenti.
Cosa può fare l'adulto (e cosa è meglio evitare)
Non correggere ogni errore mentre lo fa. Interrompere ogni due righe rompe quel poco di concentrazione che c'è. Si segnala alla fine, e solo due o tre cose.
Non leggere sempre tu le consegne, ma nemmeno rifiutarti. Se leggere la consegna gli porta via metà delle energie, leggila tu e lascia che sia lui a ragionare. Il compito è di matematica, non di lettura.
E non trasformare il pomeriggio in un giudizio sulle sue capacità.
Quando lo scontro è ormai un'abitudine
Se siete in guerra da mesi, il problema non sono più i compiti: è l'associazione tra quel tavolo e stare male. Lì conviene abbassare molto l'asticella per un paio di settimane: meno tempo di quello che pensi serva, chiudere sempre in positivo e non litigare nemmeno una volta davanti al quaderno. Si recupera prima di quanto sembri.
E se cerchi attività che non sembrino altri compiti, in attività per bambini con dislessia e in esercizi per l'ADHD da stampare trovi materiale pensato per momenti brevi.
Ciò che bisogna davvero proteggere
I compiti di un martedì qualunque non valgono niente in confronto all'idea che il bambino si sta facendo di sé mentre li fa. Se ogni pomeriggio finisce convinto di essere imbranato, questo durerà molto più a lungo dell'argomento di domani.
Abbassare lo scontro non è arrendersi. È proteggere l'unica cosa che non si recupera.
Questa guida è orientativa e non sostituisce una valutazione professionale. Se la difficoltà persiste, gli insegnanti e il referente DSA della scuola sono il primo punto di riferimento.